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Terzo comandamento

Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano, perché il Signore non riterrà innocente chi pronuncia il Suo nome invano. (Esodo 20:7)

Se guardate con attenzione qualche bell'affresco egizio, pieno di geroglifici, potete notare che alcuni di quegli strani ed affascinanti segni sono circondati come da una corda con un nodo in basso: sono nomi propri e quel "cordino" rappresenta una protezione magica contro gli usi impropri del nome; una protezione contro malocchi, fatture e altre brutte cose.

 

Quella precauzione nasceva dalla convinzione che se io conosco il tuo nome, posseggo qualche cosa di te ed ho, così, una chiave per accedere all'intimo della tua persona, un accesso che posso anche usare per farti del male. Se credete che queste siano convinzioni antiche e passate, provate a chiamare al telefono un numero sbagliato e notate quante persone vi dicono il loro nome… Quasi nessuno! Quell'arcana paura resta anche oggi nel nostro inconscio. Ed è anche comprensibile perché, se voi conoscete una persona per nome, alcune sue barriere di protezione sono cadute ed ora tra di voi esiste un legame. Avete perso entrambi la stupenda difesa che l'anonimato può dare: un nuovo vincolo adesso vi lega! Se questo aspetto è forte anche oggi, pensate come doveva esserlo tremila e più anni fa, quando questa parola venne data al popolo di Israele.

Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano…Dio ha aperto una nuova relazione con l'umanità scegliendosi un popolo, si è svelato concedendo il suo nome, regalando una chiave per entrare in contatto con lui. Questo nuovo rapporto salva, ma deve anche essere usato propriamente. Chi di voi sfrutterebbe un amico, solo perché disponibile? Lo stesso vale per Dio.

Lui offre la salvezza, una nuova vita in lui, ma facciamo attenzione a non approfittarne: questo rapporto deve essere vissuto responsabilmente. Non dobbiamo dimenticare che questo comandamento era soprattutto diretto contro l'uso del nome di Dio nella magia, diffusissima allora quasi come oggi; anche questo suo aspetto arcano rende l'ammonizione ancora stranamente attuale.

Come nella magia, infatti, anche nelle ideologie di questo mondo si crede al potere delle parole e soprattutto dei nomi; così, oggi come ieri, ogni potere, oppressivo o meno, cerca di accaparrare per se il volere di Dio; ricordiamoci ad esempio delle fibbie dei militari tedeschi della seconda guerra mondiale (su cui era scritto "Dio è con noi") oppure delle monete statunitensi con il motto "noi abbiamo fede in Dio".

Anche le chiese si accaparrano volentieri il nome di Dio per giustificare il loro potere e la loro azione; si veda la recente e discutibile dichiarazione vaticana "Dominus Jesus": questo è solo un esempio di come si possa usare invano il nome di Dio, arrogandosene la proprietà, un esempio di vera e propria bestemmia. In una parola, dunque, questo comandamento ci ricorda il rischio della relazione con Dio, un rischio a cui lui per primo si è esposto. Non si tratta semplicemente un divieto della fastidiosa abitudine di imprecare contro di Lui, come sovente viene superficialmente insegnato. La bestemmia del suo nome è qualche cosa di molto profondo: è tradire il rapporto che Dio, faticosamente, cerca di instaurare con noi.

 

Eric Noffke    

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