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Secondo comandamento

Non farti scultura né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non le servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza ed alla quarta generazione di quelli che mi odiano, ma uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano ed osservano i miei comandamenti.
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La volta scorsa ci siamo lasciati con Dio alla porta, che non solo pretende di essere riconosciuto come l'unico, ma esige anche di essere riconosciuto senza un'immagine. Ardua impresa l'identikit dell'uomo invisibile; ma, guardate, questa seconda Parola non è cosa da poco. Gli ebrei che hanno scritto questo testo lo sapevano benissimo, perché vivevano circondati da un mondo che di dei ne aveva a decine, ciascuno con la sua bella raffigurazione; da protestante potrei aggiungere che anche oggi, in Italia, siamo circondati da immagini come a quei tempi, ma non lo faccio per spirito ecumenico...

Resta il fatto: per la fede monoteista è fondamentale sottolineare che noi non possiamo farci alcuna immagine di Dio. E lo è almeno per due motivi. Prima di tutto, se vi fate una statua di Dio, lo relegate in un posto ben preciso, in cui lo potete controllare. Invece Dio non vuole essere controllato (non lo vogliamo noi, figuriamoci l'Altissimo!); al contrario, vuole che l'intera vita umana sia vissuta nel suo nome. Non c'è un ambito in cui possiamo rinchiudere la nostra vita di fede: né la domenica a messa, né in alcun altro luogo o tempo in cui possiamo andare ad incontrarlo solo quando ci fa comodo. È Lui che ci interpella quando, magari, fa scomodo a noi! Ogni nostro gesto è testimonianza della nostra fede, ogni giorno della nostra vita deve essere vissuto nel suo nome (ma… E il sabato? Lo vedremo presto!).

C'è anche una seconda buona ragione per il divieto delle immagini. Se noi diamo un volto a Dio, rischiamo di farlo proprio come piace a noi; magari finisce per avere proprio la nostra faccia (o, a seconda del vostro grado di autostima, quella che vorreste avere) e per fare quello che desideriamo. Diventa un dio fatto a nostro uso e consumo, o, forse peggio, una proiezione all'esterno di quello che noi siamo. Dio, quello senza immagine, vuole rimanere esterno a noi, superiore, completamente diverso. Qualche cosa che ci sfugge, che non ci potrà mai appartenere, una parola che ci chiama, ci guida, ci conforta, magari, ma qualche cosa di divino, appunto, e quindi non umano. Dio non è neanche l'esempio massimo a cui tendere, un modello a cui conformarci, proprio perché non è lui ad essere fatto a nostra immagine, ma noi ad essere a sua somiglianza. In una parola, questa seconda Parola ci ricorda che Dio non ci appartiene ma che noi apparteniamo a Dio.

Non solo. Dio è anche geloso. Abbiamo appena finito di dire che Dio non è umano, che subito appare una bella nota di umanità, a segno che, comunque, qualche immagine per lui la dobbiamo pur sempre avere! Mi piace che Dio sia geloso, perché vuol dire che mi ama, e mi ama di un amore profondo. Ed il suo amore è così profondo che, se la sua ira ha comunque una misura (terza o quarta generazione; i numeri, qui, sono simbolici!) il suo amore non ha fine per chi lo ricambia. Le frasi conclusive di questo secondo comandamento non sono, dunque, una oscura minaccia, come potrebbe sembrare; sono piuttosto il segno di un grande, immenso amore per questa sua umanità pur così affannata a trovare qualche dio con cui tradire il Signore: se tu mi abbandoni - sembra dire l'Altissimo - potrei anche arrabbiarmi, ma se ricambi il mio amore, la nostra sarà una passione senza fine.

 

Eric Noffke    

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