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La volta scorsa ci siamo lasciati con Dio alla porta,
che non solo pretende di essere riconosciuto come l'unico,
ma esige anche di essere riconosciuto senza un'immagine.
Ardua impresa l'identikit dell'uomo invisibile; ma,
guardate, questa seconda Parola non è cosa da poco.
Gli ebrei che hanno scritto questo testo lo sapevano
benissimo, perché vivevano circondati da un mondo che
di dei ne aveva a decine, ciascuno con la sua bella
raffigurazione; da protestante potrei aggiungere che
anche oggi, in Italia, siamo circondati da immagini
come a quei tempi, ma non lo faccio per spirito ecumenico...
Resta il fatto: per la fede monoteista è fondamentale
sottolineare che noi non possiamo farci alcuna immagine
di Dio. E lo è almeno per due motivi. Prima di tutto,
se vi fate una statua di Dio, lo relegate in un posto
ben preciso, in cui lo potete controllare. Invece Dio
non vuole essere controllato (non lo vogliamo noi, figuriamoci
l'Altissimo!); al contrario, vuole che l'intera vita
umana sia vissuta nel suo nome. Non c'è un ambito in
cui possiamo rinchiudere la nostra vita di fede: né
la domenica a messa, né in alcun altro luogo o tempo
in cui possiamo andare ad incontrarlo solo quando ci
fa comodo. È Lui che ci interpella quando, magari, fa
scomodo a noi! Ogni nostro gesto è testimonianza della
nostra fede, ogni giorno della nostra vita deve essere
vissuto nel suo nome (ma… E il sabato? Lo vedremo presto!).
C'è anche una seconda buona ragione per il divieto
delle immagini. Se noi diamo un volto a Dio, rischiamo
di farlo proprio come piace a noi; magari finisce per
avere proprio la nostra faccia (o, a seconda del vostro
grado di autostima, quella che vorreste avere) e per
fare quello che desideriamo. Diventa un dio fatto a
nostro uso e consumo, o, forse peggio, una proiezione
all'esterno di quello che noi siamo. Dio, quello senza
immagine, vuole rimanere esterno a noi, superiore, completamente
diverso. Qualche cosa che ci sfugge, che non ci potrà
mai appartenere, una parola che ci chiama, ci guida,
ci conforta, magari, ma qualche cosa di divino, appunto,
e quindi non umano. Dio non è neanche l'esempio massimo
a cui tendere, un modello a cui conformarci, proprio
perché non è lui ad essere fatto a nostra immagine,
ma noi ad essere a sua somiglianza. In una parola, questa
seconda Parola ci ricorda che Dio non ci appartiene
ma che noi apparteniamo a Dio.
Non solo. Dio è anche geloso. Abbiamo appena finito
di dire che Dio non è umano, che subito appare una bella
nota di umanità, a segno che, comunque, qualche immagine
per lui la dobbiamo pur sempre avere! Mi piace che Dio
sia geloso, perché vuol dire che mi ama, e mi ama di
un amore profondo. Ed il suo amore è così profondo che,
se la sua ira ha comunque una misura (terza o quarta
generazione; i numeri, qui, sono simbolici!) il suo
amore non ha fine per chi lo ricambia. Le frasi conclusive
di questo secondo comandamento non sono, dunque, una
oscura minaccia, come potrebbe sembrare; sono piuttosto
il segno di un grande, immenso amore per questa sua
umanità pur così affannata a trovare qualche dio con
cui tradire il Signore: se tu mi abbandoni - sembra
dire l'Altissimo - potrei anche arrabbiarmi, ma se ricambi
il mio amore, la nostra sarà una passione senza fine.
Eric
Noffke
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