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Giobbe
I
vostri detti memorabili sono massime di cenere;
i vostri baluardi sono baluardi di argilla.
Tacete, lasciatemi stare! Voglio parlare io; succeda
quel che succeda! Metterò piuttosto la mia vita
nelle mie mani.
Ecco, mi uccida pure! Oh, continuerò a sperare.
Soltanto, difenderò in faccia a Lui (Dio) il mio
comportamento!
Anche questo servirà alla mia salvezza: poiché un
empio non ardirebbe presentarsi a lui. (Giobbe 13:13-16)
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Queste parole
di Giobbe ai suoi amici sono per noi, rivolte direttamente
a noi che siamo giovani.
Sì, perché essere giovani significa essere ribelli,
significa cambiare le cose, significa saper dire che
il passato così com'è non ci basta: vogliamo e dobbiamo
appropriarci del mondo facendolo passare attraverso
la nostra esperienza.
Con queste dure e coraggiose parole Giobbe risponde
agli amici che cercano di convincerlo che, per trovare
una risposta alla sua sofferenza, per dare un senso
alla sua vita, per trovare Dio, egli deve affidarsi
a quanto hanno affermato gli antichi, alle loro elaborazioni
teologiche, alle loro risposte.
Giobbe però non ci sta e non accetta il loro gioco:
vuole andare oltre la tradizione e trovare la sua risposta.
Le parole dei vecchi (perché il tempo fa solo dei vecchi,
non dei saggi, come disse qualcuno) non sono che cenere
e baluardi di argilla.
A Giobbe non basta sapere che essi hanno incontrato
Dio. Vuole incontrarlo lui stesso, vederlo faccia a
faccia, ricevere da lui una risposta.
Ciò che Giobbe afferma nelle sue parole è l'esempio
più cristallino di che cosa significhi crescere nella
fede: rifiutare le risposte già date da altri per cercare
una propria risposta: costi quel che costi!
Crescere nella vita significa sapersi ribellare e lasciare
indietro i genitori per trovare la propria strada.
Crescere nella fede significa anche sapersi ribellare
alle risposte ed alle frasi già fatte dagli antenati,
per cercare un nostro incontro, anzi, uno scontro con
il Signore.
Per quanto pericoloso, Giobbe vuole correre questo rischio:
ecco: mi uccida pure. Ma io continuerò a sperare.
L'incontro con Dio, quello vero, può anche portare alla
morte: Giobbe lo sa, ma metterò piuttosto la mia vita
nelle mie mani.
Sì, e con fiducia nel Signore.
La storia non finirà con la ribellione del patriarca.
Dio lo affronterà e in questo incontro Giobbe scopre
solo una cosa: che è possibile vedere Dio con i propri
occhi e non solo con quelli di altri.
Solo allora Giobbe potrà tornare alla sua vita di prima;
ma vi tornerà maturo, dopo avere incontrato Dio faccia
a faccia; allora la sua vita, che senza questo incontro
si era interrotta in modo così tragico, può continuare.
E gli amici di Giobbe, che avevano condannato la sua
ribellione ricordandogli le frasi fatte dai padri?
Se ne tornano alle loro case sconfitti, ma non distrutti:
il loro errore non stava tanto in quello che dicevano,
quanto piuttosto nel tentativo di dissuadere Giobbe
dal cercare l'incontro personale con il Creatore.
Di fatto, Giobbe non scopre nulla di nuovo rispetto
a ciò che gli amici gli avevano annunciato: la fede
di Giobbe, nei suoi contenuti profondi, resta quella
dei suoi padri.
È l'incontro con Dio, però, che ha fatto diventare la
fede degli antenati la fede di Giobbe! È stato il passaggio
attraverso la ribellione che lo ha fatto maturare.
Giobbe ha preso la sua vita nelle sue mani, ha avuto
l'ardire di scegliere la sua strada e Dio gli è venuto
incontro, dandogli ragione del suo coraggio.
Eric
Noffke
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