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Allora i "delinquenti" erano indicati
con il termine certamente più "familiare" e quasi amichevole
di "mala" o anche di "ligèra",
quest'ultimo termine proprio per voler indicare la "leggerezza"
delle azioni criminose tipiche della mala milanese. Non si
parlava, allora, di criminalità organizzata, di associazioni
criminali con collegamenti internazionali e certamente, la
"ligèra" richiamava e suggeriva
in qualche modo un certo "attaccamento" alle origini popolari
e sociali del fenomeno. La mala viveva ed agiva unicamente
nel territorio cittadino addirittura negli stessi e delimitati
quartieri Milanesi, si nutriva di un gergo tipico, locale
ma non distante e incomprensibile al "popolo". Traeva cioè
il proprio linguaggio dal modo di dire dialettale milanese
giungendo a creazioni linguistiche quasi poetiche e ricche
di richiami scherzosi e ammiccanti.
Secondo le statistiche dell'epoca i quartieri "privilegiati"
da merlin, gatt
(ladro) o da balos (birbante),
crappa (prostituta), violinista
(scippatore di strada, richiamando per l'appunto la velocità
di esecuzione del musicista), volant
(borsaiolo da tranvai), tirador de spada
(questuante e scippattore) o dai più "temibili" scapuzzador
(rapinatore assassino) e sciampin d'Adam
(ladro incorreggibile) erano appunto i quartieri più popolari
quali quelli di via Arena, di via del Guast, della strada
Calusca, di vicolo Corde, di via Olocati, di via Canonica
e in generale nelle vie del Ticinese.
In queste zone si narra che vivessero
stabilmente oltre tremila pregiudicati ossia la mala di Milano
che per riconoscersi e scongiurare la propria identificazione
usava parole tipiche: l'imbroglione diviene quindi il gabolista
e se è un vero maestro è gran gratt.
ll temuto "sbirro" è il bracch,
lo zio, lo svizzer,
o il fogna, mentre il carabiniere
viene differentemente indicato con caramba,
farfallon,
cà traversa. Mentre il subdolo poliziotto in borghese
è il dràga; e se non si è riusciti
a schivar l'oliva (oliva era il
colore del carrozzone cellulare, ma significava anche essere
prudente) si rischiano le castagnette
(le manette). In questa malaugurata ipotesi i suggerimenti
non mancano: la prima regola è di non scartà-giò
bagatt (di non vuotare il sacco) per salvare
l'apòstel (il complice, uniti nella complicità come
gli apostoli) e la balla (refurtiva).
Si affronterà poi il complott (il
processo, forse un richiamo alla giustizia sommaria dell'epoca),
si sarà costretti a cantà la canzonetta
(raccontare frottole durante l'interrogatorio) al magiorengh
(magistrato) rischiando di andar in Brianza
(andare in prigione) o di scontare un cocumer
(anno di reclusione).
Sophie Blanco
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