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Dio non gioca a dadi… ma io sì!
clicca per ingrandire Avete una mamma rompiballe?
A qualcosa può tornar utile: potete giocarvela a dadi.
Ho visto di peggio quella notte all'uscita Cascina Gobba della tangenziale est, ritrovo abituale dei poco di buono sfegatati giocatori d'azzardo ai dadi. Gente che urlava: "Io mi punto mio cugino, il mio gastroenterologo!", "Io il polmone d'acciaio di mio nonno!", "Io la mia collezione di lecca-lecca usati!", e così via…

Era un po' che io e Massimo, il mio amico di ventura, guardavamo quel branco di assuefatti al rischio, ed eravamo ormai decisi. Al diavolo le big-bubbles alla pesca e le figurine dei giocatori: ci saremmo giocati l'intera paghetta settimanale in un tiro di dadi.

Le regole erano semplici. Due dadi da tirare. Chi tiene il banco è quello che tira i dadi, e mette il piatto, mentre gli altri lo coprono. Lo può coprire una persona sola, o può essere spartito da più brutti ceffi. Se non viene raggiunto il totale, cioè se il piatto frigna, il banchiere deve togliere i quattrini in più. Poi si inizia: se il banchiere, col primo tiro fa sette o undici, il tiro del "caprone", vince subito tutto. Se invece, sempre col primo tiro, fa due, tre o dodici, il tiro della "cista", perde tutto subito, e viene preso a calci nello stomaco… o forse no, sapete ero un po' esaltato quella notte, potrei stare anche esagerando.

Ma se al primo tiro si totalizza quattro, cinque, sei, otto, nove o dieci, allora il banchiere deve ritirare, fino a che non uscirà di nuovo una somma uguale a quella del primo tiro, e allora avrà vinto. O fino a quando esce sette, che significa che ha perso, e che deve buttarsi al Lambro. Il sette, quindi, è il numero voltagabbana: se lo tiri subito, vinci, se lo tiri dopo perdi. Bene, toccava a noi, massimo mi guardava. Poso le ventimila lire sul banco, con fare da duro, e… la folla di sgherri e perdigiorno esplode in una selva di insulti: "Ma con quelle ventimila non mi ci accendo neanche la sigaretta! Fuori dalle palle! Poppanti!"

Beh, mi rimaneva sempre un asso nella manica: la mamma…

Leonardo Vacca    

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