| Era un po'
che io e Massimo, il mio amico di ventura, guardavamo quel branco
di assuefatti al rischio, ed eravamo ormai decisi. Al diavolo
le big-bubbles alla pesca e le figurine dei giocatori: ci saremmo
giocati l'intera paghetta settimanale in un tiro di dadi.
Le regole erano semplici.
Due dadi da tirare. Chi tiene il banco è quello che tira i
dadi, e mette il piatto, mentre gli altri lo coprono. Lo può
coprire una persona sola, o può essere spartito da più brutti
ceffi. Se non viene raggiunto il totale, cioè se il piatto
frigna, il banchiere deve togliere i quattrini in più. Poi
si inizia: se il banchiere, col primo tiro fa sette o undici,
il tiro del "caprone", vince subito tutto. Se invece, sempre
col primo tiro, fa due, tre o dodici, il tiro della "cista",
perde tutto subito, e viene preso a calci nello stomaco… o
forse no, sapete ero un po' esaltato quella notte, potrei
stare anche esagerando.
Ma se al primo tiro
si totalizza quattro, cinque, sei, otto, nove o dieci, allora
il banchiere deve ritirare, fino a che non uscirà di nuovo
una somma uguale a quella del primo tiro, e allora avrà vinto.
O fino a quando esce sette, che significa che ha perso, e
che deve buttarsi al Lambro. Il sette, quindi, è il numero
voltagabbana: se lo tiri subito, vinci, se lo tiri dopo perdi.
Bene, toccava a noi, massimo mi guardava. Poso le ventimila
lire sul banco, con fare da duro, e… la folla di sgherri e
perdigiorno esplode in una selva di insulti: "Ma con quelle
ventimila non mi ci accendo neanche la sigaretta! Fuori dalle
palle! Poppanti!"
Beh, mi rimaneva sempre
un asso nella manica: la mamma…
Leonardo Vacca
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