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Scrivere un articolo su Beck significa ridurlo: significa ridurre
le sue capacità musicali in qualche riga e basta. L'arte non si
dice. Si fa e basta. La musica o la senti o no. Così Beck che è,
senza dubbio, la proposta più innovativa, lo stile più stiloso che
c'è. La commistione totale, l'unione e il rimaneggiamento di tutti
i generi.
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Biondino il tizio. Alto un metro e un Pokemon,
con lo sguardo da ragazzo tranquillo, da giovane che ha sperimentato
le droghe, il sesso e il rock and roll e perciò può farne a meno.
Autore super prolifico che dal '94, anno del folgorante e imprescindibile
esordio (Mellow Gold per la Geffen) ha pubblicato quintali di materiale,
ufficiale ed indipendente, e tutto di qualità strepitosa. Perciò
non posso che darvi un consiglio: fate come me, munitevi del fantastico
Napster, andate su
www.cdnow.com e scaricatevi lo scaricabile tra cui spicca la
chicca Stray Blues, album di b-sides reperibile solo in Giappone.
Beck è erede dell'acid folk aggiornato
allo stile scapestrato del rap, ma anche frequentatore attento dei
classici del rock. È un menestrello, il Bob Dylan del nuovo millennio,
o meglio, come lui ama definirsi, il Bon Jovi degli anni trenta.
Stupisce per la metamorfosi alla quale si sottopone e per le acrobatiche
incursioni in generi come il raggablues o il country rock. Svuota
della loro identità i modelli musicali originali e smonta la canzone
rock per ricomporre stereotipi del funk e dell'hip hop.
Sicché i tratti caratteristici del suo
stile sono, per paradosso, l'attitudine ad inseguire tutte le tracce,
l'impegno nel saggiare tutte le corde del suo genio creativo, le
divagazioni armoniche che percorrono tutta la sua musica. Un grandissimo,
un vero artista: la voce totale del villaggio globale.
Paolo Ornaghi
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