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Intervista a Paco Ignazio Taibo II
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Paco Ignazio Taibo II è uno dei più importanti e conosciuti scrittori sudamericani.
Nato a Gijon, in Spagna, vive da sempre a Città del Messico.

L'abbiamo incontrato ad Asti durante "Chiaro-Scuro", la manifestazione culturale organizzata dalla Marco Tropea Editore.

D: Ho sentito parlare della Repubblica Democratica dei lettori.
R: Io non l'ho inventata questa definizione, solamente utilizzata.

D: Bene… però mi sono chiesto, perché non un Soviet? Cosa s'intende alla fine per Repubblica Democratica dei lettori?
R: Il Soviet è rappresentativo: di fabbrica, di quartiere, di azienda agricola. La struttura del Soviet è una struttura di rappresentazione della rappresentazione. Al contrario la Repubblica Democratica è universale, non comprende stati ne frontiere, non c'è censo, non c'è presidente ne segretario. In pratica non rappresenta nessuno, niente direttori di rivista, niente critici letterari, niente ruoli specifici: una persona, un voto, ovvero la capacità di fare girare una notizia. La Repubblica Democratica dei lettori non ha organi ufficiali nè leggi. Nella Repubblica Democratica non gira denaro ma le informazioni sono date spontaneamente, senza ricevere nulla in cambio. È una trasmissione volontaria, gratuita e fraterna d'informazioni.
Come funziona? Se io leggo un buon libro chiamo un mio amico e gli dico "Carlos, Merda! Non hai ancora letto questo libro, è eccellente, vai immediatamente in libreria a comprarlo." La Repubblica Democratica non guarda al mercato, nel limite del possibile non s'interessa delle mode, è fraternità pura.

D: Ma in Italia, a Milano, esiste la Repubblica Democratica dei lettori?
R: Certo che esiste, io mangio grazie alla Repubblica Democratica.

D: Ha più importanza della pubblicità, della televisione, dei giornali?
R: In tutti questi campi ci sono infiltrati dei membri della Repubblica Democratica dei lettori, e questi fanno sfruttare il loro lavoro d'informazione. Tu perché hai letto la prima volta un mio libro?

D: Perché me l'ha consigliato un amico, ma talvolta mi faccio consigliare anche dai giornali, esco spontaneamente dalla Repubblica Democratica.
R: Va bene lo stesso.

D: A Milano, più precisamente a Sesto San Giovanni, circa due anni fa, dicesti ad un incontro che tieni tutto il tuo materiale narrativo nel Water Closet. Che significa?
Paco ride di gusto.
R: Penso sia un difetto di traduzione. In quella occasione ho detto closet, che in messicano significa armadio.

D: Il direttore della rivista per cui lavoro è pronto a giurare il contrario.
R: No, mi ricordo molto bene. Comunque per me il closet è molto importante. Durante la vita di ogni giorno si producono una grande quantità di frasi, di parole, che possono avere un grande valore narrativo. Io registro tutto nel mio armadio. Ad esempio quel giorno a Sesto San Giovanni che ricordavi prima, un ragazzo mi disse: "questo paese un giorno era chiamato la Stalingrado d'Italia" e io risposi, "e ora come lo chiamate, San Pietroburgo?". Voi ridete ma è una considerazione drammatica. Comunque, io metto tutto dentro nell'armadio, quella frase un giorno potrebbe fare parte di un romanzo. Ieri un fotografo mi ha detto: "può fare finta di scrivere". Io gli ho risposto: "scusami, al massimo posso scrivere, viene anche meglio la foto". Ci sono molte conversazioni interessanti durante una giornata. L'ultima idea che ho tirato fuori dal closet è quella di scrivere un romanzo con tutti i personaggi positivi piccoli e brutti e tutti quelli negativi grandi e belli.

D: A proposito di verbalizzazione, ti è mai venuto in mente di fare un romanzo orale, raccontato.
R:Tre anni fa, al Tunnel di Milano, con Daniel (Echavarria, scrittore uruguaiano amico di Paco) Bruno Arpaia e Paolo Soraci facemmo un'improvvisazione di un romanzo. Ci siamo molto divertiti. Il personaggio principale era un norvegese che aveva nostalgia dei fiordi e finiva ad andare a prostitute a Cuba. Il norvegese aveva un figlio filippino che veniva sequestrato a Cartaghena delle Indie. Una storia pazza, tutta improvvisata e il pubblico si divertiva.

D: Attivamente?
R: Certo che si. Erano parte integrante dello svolgimento del romanzo. Urlavano come dei matti, intervenivano per cambiare la sorte dei protagonisti. Un esperienza molto bella.

D: Qual è la domanda che non ti fanno mai e che tu vorresti ti fosse fatta.
R: Non saprei, mi chiedono talmente tante cose. Così diverse tra loro e contraddittorie. Mi diceva un giornalista: "Paco tu credi che la rivoluzione sia impossibile"? E io gli dico sì e poi: "tu credi che la rivoluzione sia necessaria"? E io gli dico sì, e lui mi dice: "ma può essere necessaria e impossibile?" E io gli dico sì.

D: Se in tre minuti dovessi scrivere una guida di Città del Messico, cosa scriveresti per aiutare un viaggiatore.
R: Non è possibile, Città del Messico è il posto più vitale del pianeta. Se tu vai nel centro, qualsiasi cosa può succedere. Due mesi fa un sabato mattina potevi incontrarmi che, insieme a dei rappresentanti del governo democratico di Città del Messico, distribuivamo gratuitamente trentamila libri agli adolescenti dei quartieri periferici della città.

D: Che libri?
R: Sacco e Vanzetti, il Diario di Anna Frank e un romanzo di Fhilip K. Dick.

D: Complimenti per la scelta.
R: Trentamila libri… incredibile vero. E pensa che per produrli sono stati pagati meno di un dollaro l'uno. È stata una festa.

D: A proposito di festa, ti sei divertito ad andare in giro a presentare "La banda dei quattro" (libro edito dalla Tropea Edizioni che comprende anche lavori di Daniel Echavarria, Rolo Diez e Padura Fuentes).
R: Per quanto riguarda "La Banda dei quattro" e la sua promozione è stata una cosa nuova per me. Non avevo mai partecipato a un libro collettivo. Siamo una metabanda, una associazione virtuale. Ci siamo riuniti esclusivamente in Italia e questo è stato possibile grazie Marco Tropea, un editore molto intelligente, che ha individuato una corrente all'interno della letteratura sudamericana ed è riuscito a rappresentarla nella sua Casa Editrice.

D: I quattro romanzi sono in qualche modo collegati tra loro.
R: Sono romanzi completamente differenti ma che forniscono diversi aspetti della stessa realtà. Sono curiosi, è una lettura intertestuale, una metalettura, anche se il termine è fastidioso, da sociologo di merda.

D: Spiegami cosa intendi quando parli di nuovo romanzo d'avventura.
R: Per me - ed è un parere assolutamente personale, non ho intenzione di creare correnti, non voglio inventare una nuova filosofia narrativa, oppure indicare una linea di cammino valida per tutti - per me, dicevo, è la necessità d'incominciare a tracciare la strada in grado di portarci al romanzo totale. Un romanzo capace d'incorporare importanti elementi narrativi propri di diversi generi letterari: la narrativa urbana, il "noire", la novella negra, il romanzo d'avventura tipico del "feuilleton", ovvero la serialità che rimanda sempre alla puntata successiva, il romanzo di spionaggio con tanto di intrighi internazionali. Il risultato può essere barocco ma è una strada che bisogna percorrere. A me piace pensare che i miei libri siano una piacevole lettura per un adolescente intelligente e curioso. E che riesca a leggerli senza il continuo uso del dizionario.

D: Questo tipo di letteratura in Italia è praticamente inesistente? Non si scrive d'avventura, forse viviamo in una realtà poco stimolante, la nostra società è troppo sonnolenta.
R: Non credo… Salgari ha scritto i suoi capolavori a Verona in una soffitta di merda, e ha inventato un mondo di avventure distante migliaia di chilometri. L'evidenzia immediata non è necessaria, in qualche caso può aiutare ma non è necessaria. Bisogna avere il terzo occhio, l'immaginazione, la fantasia. E poi perché lo chiedi a me, io non sono la persona adatta per rispondere a questa domanda. La dovresti fare ad uno scrittore italiano.

D: A parte il Chapas cosa sta succedendo in Messico?
R: Ah… che domanda difficile. Mi ci vorrebbero quattromila pagine e forse non sarebbero neanche abbastanza. Ho completamente perso la mia capacità di sintesi, quella che avevo quando facevo il giornalista, il politico, ma adesso faccio lo scrittore, io devo raccontare e ho bisogno di tempo. Si, quattromila pagine non basterebbero.
D: Quando andai a Città del Messico, arrivai di notte. Le luci non finivano mai, è l'unica città che abbia visto che non finisce mai.
R: È meravigliosa. Non potrei vivere da un'altra parte.

D: Possiamo fare una foto assieme Paco.
R: Puoi fare quello che vuoi, se lo desideri.

Alessandro Bertante    

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