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D: Ho sentito
parlare della Repubblica Democratica dei lettori.
R: Io non l'ho inventata questa
definizione, solamente utilizzata.
D: Bene… però mi sono chiesto,
perché non un Soviet? Cosa s'intende alla fine per Repubblica
Democratica dei lettori?
R: Il Soviet è rappresentativo:
di fabbrica, di quartiere, di azienda agricola. La struttura
del Soviet è una struttura di rappresentazione della rappresentazione.
Al contrario la Repubblica Democratica è universale, non comprende
stati ne frontiere, non c'è censo, non c'è presidente ne segretario.
In pratica non rappresenta nessuno, niente direttori di rivista,
niente critici letterari, niente ruoli specifici: una persona,
un voto, ovvero la capacità di fare girare una notizia. La
Repubblica Democratica dei lettori non ha organi ufficiali
nè leggi. Nella Repubblica Democratica non gira denaro ma
le informazioni sono date spontaneamente, senza ricevere nulla
in cambio. È una trasmissione volontaria, gratuita e fraterna
d'informazioni.
Come funziona? Se io leggo un buon libro chiamo un mio amico
e gli dico "Carlos, Merda! Non hai ancora letto questo libro,
è eccellente, vai immediatamente in libreria a comprarlo."
La Repubblica Democratica non guarda al mercato, nel limite
del possibile non s'interessa delle mode, è fraternità pura.
D: Ma in Italia, a Milano, esiste
la Repubblica Democratica dei lettori?
R: Certo che esiste, io mangio
grazie alla Repubblica Democratica.
D: Ha più importanza della pubblicità,
della televisione, dei giornali?
R: In tutti questi campi ci sono
infiltrati dei membri della Repubblica Democratica dei lettori,
e questi fanno sfruttare il loro lavoro d'informazione. Tu
perché hai letto la prima volta un mio libro?
D: Perché me l'ha consigliato
un amico, ma talvolta mi faccio consigliare anche dai giornali,
esco spontaneamente dalla Repubblica Democratica.
R: Va bene lo stesso.
D: A Milano, più precisamente
a Sesto San Giovanni, circa due anni fa, dicesti ad un incontro
che tieni tutto il tuo materiale narrativo nel Water Closet.
Che significa?
Paco ride di gusto.
R: Penso sia un difetto di traduzione.
In quella occasione ho detto closet, che in messicano significa
armadio.
D: Il direttore della rivista
per cui lavoro è pronto a giurare il contrario.
R: No, mi ricordo molto bene.
Comunque per me il closet è molto importante. Durante la vita
di ogni giorno si producono una grande quantità di frasi,
di parole, che possono avere un grande valore narrativo. Io
registro tutto nel mio armadio. Ad esempio quel giorno a Sesto
San Giovanni che ricordavi prima, un ragazzo mi disse: "questo
paese un giorno era chiamato la Stalingrado d'Italia" e io
risposi, "e ora come lo chiamate, San Pietroburgo?". Voi ridete
ma è una considerazione drammatica. Comunque, io metto tutto
dentro nell'armadio, quella frase un giorno potrebbe fare
parte di un romanzo. Ieri un fotografo mi ha detto: "può fare
finta di scrivere". Io gli ho risposto: "scusami, al massimo
posso scrivere, viene anche meglio la foto". Ci sono molte
conversazioni interessanti durante una giornata. L'ultima
idea che ho tirato fuori dal closet è quella di scrivere un
romanzo con tutti i personaggi positivi piccoli e brutti e
tutti quelli negativi grandi e belli.
D: A proposito di verbalizzazione,
ti è mai venuto in mente di fare un romanzo orale, raccontato.
R:Tre anni fa, al Tunnel di Milano,
con Daniel (Echavarria, scrittore uruguaiano amico di Paco)
Bruno Arpaia e Paolo Soraci facemmo un'improvvisazione di
un romanzo. Ci siamo molto divertiti. Il personaggio principale
era un norvegese che aveva nostalgia dei fiordi e finiva ad
andare a prostitute a Cuba. Il norvegese aveva un figlio filippino
che veniva sequestrato a Cartaghena delle Indie. Una storia
pazza, tutta improvvisata e il pubblico si divertiva.
D: Attivamente?
R: Certo che si. Erano parte
integrante dello svolgimento del romanzo. Urlavano come dei
matti, intervenivano per cambiare la sorte dei protagonisti.
Un esperienza molto bella.
D: Qual è la domanda che non
ti fanno mai e che tu vorresti ti fosse fatta.
R: Non saprei, mi chiedono talmente
tante cose. Così diverse tra loro e contraddittorie. Mi diceva
un giornalista: "Paco tu credi che la rivoluzione sia impossibile"?
E io gli dico sì e poi: "tu credi che la rivoluzione sia necessaria"?
E io gli dico sì, e lui mi dice: "ma può essere necessaria
e impossibile?" E io gli dico sì.
D: Se in tre minuti dovessi scrivere
una guida di Città del Messico, cosa scriveresti per aiutare
un viaggiatore.
R: Non è possibile, Città del
Messico è il posto più vitale del pianeta. Se tu vai nel centro,
qualsiasi cosa può succedere. Due mesi fa un sabato mattina
potevi incontrarmi che, insieme a dei rappresentanti del governo
democratico di Città del Messico, distribuivamo gratuitamente
trentamila libri agli adolescenti dei quartieri periferici
della città.
D: Che libri?
R: Sacco e Vanzetti, il Diario
di Anna Frank e un romanzo di Fhilip K. Dick.
D: Complimenti per la scelta.
R: Trentamila libri… incredibile
vero. E pensa che per produrli sono stati pagati meno di un
dollaro l'uno. È stata una festa.
D: A proposito di festa, ti sei
divertito ad andare in giro a presentare "La banda dei quattro"
(libro edito dalla Tropea Edizioni che comprende anche lavori
di Daniel Echavarria, Rolo Diez e Padura Fuentes).
R: Per quanto riguarda "La Banda
dei quattro" e la sua promozione è stata una cosa nuova per
me. Non avevo mai partecipato a un libro collettivo. Siamo
una metabanda, una associazione virtuale. Ci siamo riuniti
esclusivamente in Italia e questo è stato possibile grazie
Marco Tropea, un editore molto intelligente, che ha individuato
una corrente all'interno della letteratura sudamericana ed
è riuscito a rappresentarla nella sua Casa Editrice.
D: I quattro romanzi sono in
qualche modo collegati tra loro.
R: Sono romanzi completamente
differenti ma che forniscono diversi aspetti della stessa
realtà. Sono curiosi, è una lettura intertestuale, una metalettura,
anche se il termine è fastidioso, da sociologo di merda.
D: Spiegami cosa intendi quando
parli di nuovo romanzo d'avventura.
R: Per me - ed è un parere assolutamente
personale, non ho intenzione di creare correnti, non voglio
inventare una nuova filosofia narrativa, oppure indicare una
linea di cammino valida per tutti - per me, dicevo, è la necessità
d'incominciare a tracciare la strada in grado di portarci
al romanzo totale. Un romanzo capace d'incorporare importanti
elementi narrativi propri di diversi generi letterari: la
narrativa urbana, il "noire", la novella negra, il romanzo
d'avventura tipico del "feuilleton", ovvero la serialità che
rimanda sempre alla puntata successiva, il romanzo di spionaggio
con tanto di intrighi internazionali. Il risultato può essere
barocco ma è una strada che bisogna percorrere. A me piace
pensare che i miei libri siano una piacevole lettura per un
adolescente intelligente e curioso. E che riesca a leggerli
senza il continuo uso del dizionario.
D: Questo tipo di letteratura
in Italia è praticamente inesistente? Non si scrive d'avventura,
forse viviamo in una realtà poco stimolante, la nostra società
è troppo sonnolenta.
R: Non credo… Salgari ha scritto
i suoi capolavori a Verona in una soffitta di merda, e ha
inventato un mondo di avventure distante migliaia di chilometri.
L'evidenzia immediata non è necessaria, in qualche caso può
aiutare ma non è necessaria. Bisogna avere il terzo occhio,
l'immaginazione, la fantasia. E poi perché lo chiedi a me,
io non sono la persona adatta per rispondere a questa domanda.
La dovresti fare ad uno scrittore italiano.
D: A parte il Chapas cosa sta
succedendo in Messico?
R: Ah… che domanda difficile.
Mi ci vorrebbero quattromila pagine e forse non sarebbero
neanche abbastanza. Ho completamente perso la mia capacità
di sintesi, quella che avevo quando facevo il giornalista,
il politico, ma adesso faccio lo scrittore, io devo raccontare
e ho bisogno di tempo. Si, quattromila pagine non basterebbero.
D: Quando andai a Città del Messico,
arrivai di notte. Le luci non finivano mai, è l'unica città
che abbia visto che non finisce mai.
R: È meravigliosa. Non potrei
vivere da un'altra parte.
D: Possiamo fare una foto assieme
Paco.
R: Puoi fare quello che vuoi,
se lo desideri.
Alessandro Bertante
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