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Ho letto "Malavida" di Alessandro Bertante e
più andavo avanti nelle pagine più aumentava l'irritazione. Ma cosa
vuole questo? Cosa ci frega a noi della sua insulsa vita, dei suoi
bar di terza categoria, delle tristi ubriacature, del suo scontato
vittimismo. Siamo stufi di leggere autori che considerano la letteratura
come un diario di piccole sconfitte personali. È penoso per tutti,
sia per chi scrive sia per chi legge.
Non cediamo a facili commiserazioni, la Milano
descritta da Bertante esiste solo nel suo desolante microcosmo di
frequentazioni, così umanamente povero da averne condizionato anche
lo stile narrativo. Perché l'autore ha velleità da sperimentatore:
alterna scontatissime parlate tipo slang di strada a un noiosissimo
tono moralista, modesto come la sua formazione culturale.
Che dire poi del titolo: Malavida. Cosa c'entrano
i Mano Negra, sperava forse di abbindolare qualche sprovveduto lettore?
Siamo alle solite! Leggendo la giovane letteratura italiana non
ci resta che annotare l'ennesima delusione. Sto giro però mi sono
divertito: il romanzo l'ho scritto io.
Alessandro Bertante
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